[spocchia]
>critica cialtrona alla cialtronaggine ripulita
per non morire postmoderni<
 




domenica, giugno 04, 2006

Spocchia consiglia/1

La lettura del pagionone del Domenicale di oggi sul maoismo e sull'infatuazione dell'intellettuale continentale per la rivoluzione culturale

postato da: mh | 14:47 | commenti (1)

martedì, maggio 30, 2006

Critica della ragione ulivista
Terzo - Il passato come arredo dello studiolo

 

L’equazione antico uguale buono è considerata funzionante: quello che diventa fondamentale per comprendere il significato della funzione è capire che cosa è antico e che cosa è buono

Antico è il passato in generale, che diventa oggetto di discorso, o più specificamente oggetto di cultura. Anzi, Cultura con la c maiuscola. Allo stesso modo di Chiarugi, McEnroe e della Lambretta, vengono sottoposti al medesimo trattamento anche la guerra dello Yom Kippur, le BR e la decolonizzazione. Il procedimento è quello della reificazione di processi storici: ma non è questo il problema. La realtà è che tutto questo viene sistematizzato nell’universo dello studiolo, e posizionato un ripiano ben preciso in cui mostra la sua facci migliore e illumina il soggetto detentore dell’oggetto culturale della propria luce.

Naturalmente il processo è bidirezionale: la delimitazione dell’oggetto sullo scaffale è consustanziale alla forma del soggetto possessore dello studio in cui lo scaffale è posto. Nel senso che tanto il soggetto ulivista riduce il passato a portata di studio, tanto l’oggetto trasforma il soggetto in un soggetto storico. Da intendere come “interessato alla storia” e “consapevole delle proprie radici e dell’humus da cui proviene”

Lo studiolo riassume due tendenze: quella dello spostamento del genere di discorso in cui il passato viene inserito, dal discorso storico al discorso nostalgico, alla sconfitta di qualsiasi dimensione traumatica e reale del passato.

Il principio è quella delle narrazioni, romanzi e film, del genere “Il mondo è impazzito (c’è una guerra, c’è un dittatore, o qualcuno che esprime odio e cattiveria invece di amore e bontà) ma anche se il mondo finirà domani, quello che conta è che il nostro amore proseguirà in eterno”. Quello che conta è la dimensione personale, non tanto l’esperienza diretta che può esserci o non esserci, ma piuttosto la valorizzazione della propria personalità che conosce, comprende e soprattutto entra in empatia con l’avvenimento passato.

Ovviamente non sono tanto valorizzate le guerre indo-pakistane, anche perché un eventuale astante del rapporto soggetto-oggetto del passato potrebbe non avere gli elementi per cogliere immediatamente questa empatia con il passato. Si preferisce la storia italiana o, se si preferisce il termine, occidentale con cui tutti hanno avuto mediaticamente a che fare, o che tutti conoscono almeno per sentito dire. Quello che vale non è la conoscenza, ma l’empatia per quello che è accaduto (eventi di solito dolenti, criminali, sordidi).

 Il primo esempio che viene in mente è Forrest Gump: nel caso lì si aveva uno che attraversava la storia senza mai entrare in empatia con essa e senza assumere in prima persona, con consapevolezza, le conseguenze. Nel caso della ratio ulivista la differenza è che viene sovrastimata l’empatia, il dolore per i popoli vessati e sterminati, l’indignazione per una verità che non viene a galla, la rabbia per avere perduto un punto di svolta, ma si perde completamente il lato dell’oggetto, quello dell’assunzione dell’oggetto non (solo) come argomento di conversazione, ma nella sua problematicità.

In poche parole nello studiolo stanno accatastati il vinile di Sgt.Pepper’s Lonely Heart Club Band e Piazza Fontana, un dagherrotipo e il fascismo, una cintura di El Charro e Tangentopoli, ma nessuno assunto per il proprio valore storico, ma solo per quanto stanno bene quanto un corposo volume di filosofia nella libreria dello stesso.

Per un esempio nei prodotti culturali contemporanei, si veda il personaggio di Nicola (LoCascio) ne La meglio gioventù: cioè colui che ha la competenza innata di attraversare cambiamenti epocali, o definiti tali, senza mai deragliare né essere travolto da essi.

Forse questa può essere considerata la struttura profonda del gozzanismo, ma riteniamo che tra i due fenomeni ci sia una relazione più complessa.

postato da: mh | 23:27 | commenti (2)

venerdì, maggio 26, 2006

Critica della ragione ulivista.
Secondo - il gozzanismo della società di massa.

Il populismo berlusconiano (posizionato a destra) propone il Grande Fratello, la sinistra ulivista risponde col Festival di Mantova o con le inaugurazioni del sindaco Veltroni. Ci deve essere qualcosa che non torna. La sinistra ha una incomprensibile difficoltà a relazionarsi con i prodotti della società di massa, specie quando essi sono nuovi e tutti da scoprire e da adattare alle specificità della cultura italiana.
Telefoni cellulari, reality show, SUV, forni a microonde, Quattro Salti in Padella Findus: la condanna verso oggetti che entrano con forza nel vivere quotidiano avviene sulla base di un'opzione etica che salda la nozione di Buono con quella di Antico. Si tratta di una linea di principio quanto meno moralistica, ma non sarebbe esagerato dire: reazionaria.
Ora, questa condotta va distinta, con forza e decisione, dall'adornismo che caratterizzava il PCI degli anni '50 e '60. Le rampogne dei giovani E. Berlinguer e A. Curzi verso il fotoromanzo, colpevole di distrarre le proletarie attraverso l'induzione di desideri fittizi, prendevano piede dalla convinzione di una gerarchia (opinabile finché si vuole, ma invariabile) tra prodotti culturali e tra istanze politiche. Il film sulle mondine è più degno del film senza mondine, e comunque il progresso della classe operaia è più importante di qualsiasi film, con o senza mondine.
La situazione odierna è ben differente. Il veltronismo anni '90 ha messo sullo stesso piano Luciano Chiarugi e Robert F. Kennedy (Che Guevara e Madre Teresa), con un effetto sicuramente benefico, ma senza portare avanti il discorso. Perse le gerarchie, sono svanite anche le coordinate. Per quanto ci riguarda, può anche essere che Chiarugi meriti un posto sulla Garzantina come R. Kennedy, ma bisogna capire quale Garzantina e compilata da chi. La ragione ulivista, invece, proietta il principio gerarchico dall'asse della sincronia a quello della diacronia: Chiarugi sì, Cannavaro no; Portobello sì, Maria De Filippi no; la tenera Renault4 sì, il SUV no; il ciclostile sì, il videofonino no. Sfogliando qualsiasi vecchio numero del settimanale "Cuore" non sarebbe difficile incorrere in feroci sarcasmi verso le riviste che, nei primi '90, cominciavano a parlare di reti telematiche, modem e trasmissione dati.
Quindi, se la lezione francofortese, anche nella versione in qualche modo ingenua dei militanti PCI, articolava il misoneismo sulla base di una visione della società, la ragione ulivista si rapporta con il Nuovo solo quando esso è Già Passato. Figure come quelle del già citato Veltroni o di Fabio Fazio sono, in questo senso, centrali. Il filtro della nostalgia è così largo da lasciar passare il mangianastri e la Prinz, i cartoni animati giapponesi e i Cugini di Campagna. I prodotti della cultura di massa, allora, valgono come "buone cose di pessimo gusto": si mette tra parentesi il loro valore e si enfatizza l'operazione di recupero. Il soggetto che compie il recupero ne esce intatto o forse rafforzato: l'esercizio del gusto si realizza tramite l'attribuzione di autenticità ("quelli sì... che erano cartoni animati!"), altro valore difficilmente rubricabile alla voce: progressismo.

postato da: mh | 15:49 | commenti (6)

venerdì, maggio 19, 2006

Critica della ragione ulivista.

Primo – la ragione come rivelazione e non come processo dialettico

La struttura profonda che sta al di sotto questa forma di pensiero risiede in una visione del mondo e di posizionamento del tempo ben precisa, che può essere riassunta in “A questo punto della storia, del mondo, di quello che si sa, non si può che essere di sinistra”.

L’opinione che si qualifica di sinistra si installa dunque nell’orizzonte del mondo come l’unica possibile, e non è mai esclusa o modificata tramite un’opinione differente, ma sempre nel rapporto con l’orizzonte sociale e il mondo naturale. Possiamo definire questo fenomeno come quello di “naturalizzazione dell’opinione”, ovviamente di sinistra.

L’altra fonte del processo mentale di verità rivelata è la diffusione dell’accezione democristiana di dialogo (cfr. il capitolo di prossima pubblicazione: L’alterità come un villaggio provenzale), d’ora in poi definito il fenomeno del “dialogo centrista”. Si dà dialogo nel momento in cui tra due soggettività una di fronte all’altra che si costruiscono come tali nell’atto stesso di dialogare. Riconoscimento reciproco, fissazione dell’indentità grazie allo sguardo altrui, promessa di mantenimento di un ipse  ecc. Questo non vuol dire pacche sulla spalla, eh sì, io non ti voglio offendere, vedrai che ci mettiamo d’accordo. Il dialogo è la posizione vuota, quello che ci si mette dentro poi si vedrà. Non il contrario, dialoghiamo ma poi ognuno fa quel cavolo che gli pare e ci spernacchiamo e cerchiamo di fregarci. Ciò che ci interessa è che quindi il fenomeno del dialogo viene derubricato al “dialogo centrista” che si fa perché è giusto dialogare, ma che in realtà non provoca, e non ha alcuna intenzione di provocare, un cambiamento nell’interlocutore, o anche negli astanti (se si parla di programmi tv o altri prodotti mediali).

La naturalizzazione dell’opinione e il dialogo centrista combinati tra loro appunto creano quel mostro che è la negazione della natura processuale della ragione, con l’aggiunta che ci si aspetta una poco laica conversione da chiunque ascolti l’opinione illuminata che procede immediatamente dalla storia. Per esempio, l’affermazione “la scuola deve essere pubblica”, per quanto fondata, non viene mai esplicitata nelle premesse che la reggono, ma è una conclusione che solo in quanto enunciata deve convertire interlocutore e eventuali astanti. I quali non sono considerati come un “tu” dotato di opinione che potrebbe essere diversa, ma come qualcuno che non ci ha pensato abbastanza, che non ha capito quello che si sta dicendo (il problema di comunicazione) o che è in malafede, cioè che ha altri interessi, materiali, nel sostenere il contrario. Alla fine, si tratta di un’estensione indebita al dialogo della teoria ipodermica mediale (qualsiasi cosa passi nei media colpisce l’ascoltatore e cambia la sua opinione) abbinata a un concetto di verità assai zoppicante

Il problema di questo atteggiamento è che nel momento in cui ci si trova immersi nel reale e si trova un tu argomentante, questo interlocutore si fa forza appunto su delle argomentazioni contrarie, che vanno a costruire un processo retorico e di conoscenza che è infinitamente più efficace, non trova migliore soluzione che trincerarsi nello stupore della non accettazione di una così palese verità, dell’indignazione per l’imperfezione del mondo, puntando sulla reiterazione dell’affermazione sperando che essa illumini, per la sua stessa potenza, l’uditorio. L’unica conclusione, oltre a una sconfitta sul piano strategico, sta nell’approdo al dialogo centrista, che ognuno ha la sua opinione e se la tiene.  

postato da: mh | 10:06 | commenti (4)

mercoledì, maggio 17, 2006

Si sono presi anche la riproducibilità tecnica, maledetti. Adesso dicono che sieda accanto alla Juve di Omar Sivori e a Marylin


Penso che, nel giorno in cui il vero padre della televisione italiana è stato licenziato (e forse si può cominciare a sognare il cambiamento), l'incrocio tra

1) postmodernismo fuori tempo massimo

" Ho spesso pensato a come sarebbe stato utile, pazzescamente utile, uno come lui, dopo la guerra, quando tutto è saltato, e abbiamo iniziato a diventare quello che siamo adesso. E' atroce il fatto che lui non abbia potuto conoscere la televisione, Elvis, l'Unione Sovietica, il registratore, il fast food, JFK, Hiroshima, il forno a microonde, l'aborto legalizzato, John Patrick McEnroe, le giacche di Armani, Spiderman, Papa Giovanni, e un sacco di altre cose. Ci pensate cosa avrebbe potuto farne, di un materiale del genere? Capace che ci spiegava tutto (sempre in modo un po' mosso, questo è vero) con anni di anticipo. Lui era uno che nel 1963, per dire, avrebbe potuto profetizzare, senza neanche troppo sforzo, il reality show."

2) esibizione di saper andare nei posti giusti, anzi, miticissimi

 "Per me è sintetizzata in un'immagine, quasi un frame, un'occhiata come un lampo, che mi è accaduto di vivere, a tradimento, in una libreria a San Francisco. Anzi, a dirla tutta, era proprio la libreria di Ferlinghetti, la mitica City Lights."

o, ancora più mitico mitologico e ci metterei anche mitopoietico, visto che siamo eruditi

"Non so, io ormai mi commuovo anche a vedere Narnja, ma insomma, lì, nella libreria di Ferlinghetti, mi sono commosso. Topolino. C'è un frammento di Benjamin intitolato: Topolino."

3) la celebrazione della cultura come orpello (ma leggerli pareva brutto?)

"tavo lì a sfogliare libri, per il puro piacere di sfogliare, e a un certo punto casco sull'edizione inglese degli scritti di Benjamin. E' una cosa immensa, in realtà, e lì ce n'erano giusto due volumi, a caso. Apro e sfoglio. Gli inglesi (come peraltro gli italiani) son venuti fuori dal gran casino delle sue carte decidendo di pubblicarne una selezione in ordine cronologico.

L'anno che avevo io in mano era il 1931. Sono andato a cercarmi l'indice, perché la sequenza dei titoli dei suoi scritti è già, di per sé, una lezione.
       
Critica della nuova oggettività       
Hofmannsthal e Aleco Dossena
Karl Kraus
La critica come disciplina fondamentale della storia letteraria
Lettere tedesche
Critica teologica
Tolgo la mia biblioteca dalle casse
Franz Kafka
Piccola storia della fotografia
Paul Valery
Leggevo e godevo abbastanza. La lista della spesa di un genio. Poi c'era scritto:       
Il terremoto di Lisbona.
Il carattere distruttivo.
Riflessioni sulla radio."

3) autoironia molto faticosa mischiata a tentativi parabolici e favolistici e paternalistici .

"Ogni tanto (e ci ricasco) mio figlio mi chiede: ma tra uno forte e uno intelligente, chi vince? E' una buona domanda. Tra Rita Levi Montalcini e John Cena, chi vince? Di solito rispondo Rita Levi Montalcini, perché è la risposta politicamente corretta e io sono, come risulta dai settimanali, un buonista veltroniano. Ma ci tengo a sottolineare che quella volta no. In quella faccenda di Benjamin vinse il più forte. Lui era il più intelligente che ci fosse. E perse. Non c'è santo."

4) e sensazione che lui sappia qual è il linguaggio giusto per parlare ad un ammasso di deficienti che è il mondo escluso lui epochi altri

"Nel contesto di questo libro, c'è una cosa, di lui, che suona come la più importante. Non è facile da spiegare, quindi sedetevi, e se non potete sedervi, interrompete, e ripartite quando potete usare tutti i neuroni. Ecco: lui non cercava mai di capire cos'era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. Voglio dire che ad affascinarlo, nel presente, erano gli indizi delle mutazioni che, quel presente, avrebbero dissolto. Erano le trasformazioni, che lo interessavano: dei momenti in cui il mondo riposava su se stesso non gliene fregava niente."


credo che sia perlomeno un oltraggio

postato da: mh | 16:52 | commenti (2)

martedì, maggio 02, 2006

Vieni, manca solo l'epidemia di vaiolo e poi siamo al completo o dello sguardo sereno e ficcante sul mondo contemporaneo

"Si annaspa oggi in un trapasso confuso, detrno una mutazione che è anzitutto economica: i nuovi "rapporti di proprietà" che producono nuove forme di dipendenza; la fine del lavoro che lascia un tempo libero riempito in modi sempre più isterici e angosciosi: la politica spettacolo e la cultura-spettacolo (le notti bianche!) e il chiasso come ossessione, affinché ci si abitui a non pensare e ci si lasci addormentare dalla pubblicità, nells sue mille e onnipresenti forme; la perdita di senso di qualsiasi ipotesi utopistica e progettuale, collettiva e di lunga scadenza, e cioè di qualcosa che dia un senso all'esistenza del singolo che non sia di era sopravvivenza;  il sentimento soggiacente di non contare nulla, la perdita di senso dell'esperienza, la traversata confusa da un passato che non viene più elaborato versoun futuro le cui forme collettive non si riesce più a ipotizzare (continua...)

Goffredo Fofi, il domenicale, 30-4-2006, pag.40

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mercoledì, aprile 26, 2006

Per voi ignoranti/6
 
Né possono i moti funesti vincere per sempre
né seppellire in eterno la vita,
né, d’altra parte, i moti vitali
possono sempre salvare da morte
le cose create. Con pari fortuna e con forze
eguali per tutti gli spazi continua così
una guerra iniziata da tempo infinito.
E vince la vita ora qui ora là, ed è vinta.
Si mescola al gemito dell’uomo che muore il vagito
che manda nascendo l’infante alla luce;
né giorno segue alla notte né notte all’aurora
che a tristi vagiti non senta mischiare
nenie e grida di pianto dietro la morte
 
(Lucrezio, De rerum natura, II, 552 et ss., trad. di E. Cetrangolo)

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Una cultura pulsante, con gli occhi aperti al mondo

"Il moderno è passato"  (Sebastiano Vassalli, aprile 2006)

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venerdì, aprile 21, 2006

Alla fine, cos'è il contropiede se non la versione calcistica della Grazia?

postato da: mh | 11:52 | commenti (1)

giovedì, aprile 06, 2006

Quelli che non riesco a capire sono i fascisti, quelli veri, alla Pietrangelo Buttafuoco. Quelli che hanno passato (o dicono di aver passato) una vita a compulsare i sacri testi di Von Salomon, Evola, Junger, Mishima. E ora, con tutta questa cultura alle spalle, vanno in visibilio per l'avanspettacolo elettorale. Come se l'unico luogo italiano dove cavalcare la tigre fosse il Bagalino.

postato da: mh | 17:20 | commenti (3)